San Valentino
Il mio Valentino
Da Alessia, per Valentino
Prima di te
C'è un "prima" e c'è un "dopo" nella mia vita. Il confine è netto, preciso, impossibile da ignorare. Il prima era buio, confuso, pieno di paura. Il dopo sei tu. E tutto quello che hai portato con te.
Febbraio 2023. Avevo ventisei anni e sentivo di averne cinquanta. Ero appena uscita da una relazione che mi aveva svuotata, una di quelle relazioni tossiche che ti consumano lentamente, che ti fanno dubitare di te stessa, che ti convincono che il problema sei tu. Cinque anni con una persona che mi diceva di amarmi mentre mi demoliva pezzo per pezzo. Cinque anni in cui avevo perso me stessa, i miei amici, i miei sogni. Cinque anni in cui ero diventata l'ombra di chi ero stata.
Quando finì – o meglio, quando trovai finalmente il coraggio di andarmene – mi sentii sollevata e terrificata allo stesso tempo. Libera, ma anche persa. Avevo ventisei anni e non sapevo più chi fossi. Vivevo ancora a Torino, la città dove ero cresciuta, ma mi sembrava estranea. Lavoravo in un call center, un lavoro che odiavo ma che serviva a pagare l'affitto del monolocale in zona Aurora dove mi ero trasferita. Piccolo, freddo, con le pareti sottili dove sentivo i vicini litigare di notte. Ma era mio, e questo bastava.
I mesi seguenti furono nebbia. Andavo al lavoro come un automa, rispondevo alle chiamate con un sorriso finto nella voce, tornavo a casa e mi chiudevo dentro. Non uscivo, non vedevo nessuno. Gli amici chiamavano all'inizio, poi sempre meno, scoraggiati dai miei continui rifiuti. Mia madre mi chiedeva se stavo bene, e io dicevo di sì, che stavo solo attraversando un momento difficile, che sarebbe passato. Ma non passava.
Ero depressa, anche se non lo ammettevo. Mi svegliavo e non avevo voglia di alzarmi. Mangiavo poco e male. Dormivo troppo o non dormivo affatto. Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo: quella ragazza con le occhiaie, i capelli spenti, lo sguardo spento, chi era? Dove era finita Alessia, quella che a vent'anni sognava di fare la grafica, che disegnava fino alle tre di notte, che rideva così forte da far girare tutti?
A giugno decisi che dovevo fare qualcosa. Non potevo continuare così. Mi iscrissi in palestra, pensando che forse l'attività fisica mi avrebbe aiutata. Andai due volte, poi smisi. Mi iscrissi a un corso di disegno serale, quello che avevo sempre voluto fare. Andai alla prima lezione, e non tornai più. Ogni tentativo di ricostruirmi sembrava troppo faticoso, troppo pesante.
Era settembre 2023 quando ti incontrai. E tutto cambiò.
Il nostro incontro
Fu al bar sotto casa mia, quel bar anonimo dove andavo ogni mattina a prendere il caffè prima del lavoro. Tu eri lì, dietro il bancone, e non ti avevo mai visto prima. "Nuovo?" chiesi, più per educazione che per reale interesse. "Primo giorno," rispondesti, con un sorriso che mi colpì. Non era il sorriso forzato di chi lavora nel servizio clienti. Era genuino, caldo.
"Caffè?" chiedesti, e io annuii. Mi osservasti mentre lo preparavi, e quando lo mettesti davanti a me dicesti: "Sembravi aver bisogno di un buon caffè stamattina." Non era un'osservazione invadente, era gentile. Risposi con un mezzo sorriso e me ne andai.
Il giorno dopo tornai, e c'eri ancora. "Il solito?" chiedesti, e io rimasi sorpresa che ti ricordassi. "Caffè," confermasti, "macchiato, poco caldo." Avevi notato. E questa piccola cosa, questo dettaglio minuscolo, mi fece sentire vista. Per la prima volta in mesi, qualcuno mi aveva davvero vista.
Diventò una routine. Ogni mattina, il caffè preparato da te. All'inizio scambiavamo solo qualche parola – il tempo, il lavoro, niente di personale. Ma piano piano le conversazioni si allungarono. Mi chiedevi com'era andata la giornata. Mi raccontavi aneddoti divertenti del bar. Mi facevi ridere, e io avevo dimenticato com'era bello ridere.
Non stavi flirtando, non all'inizio. Eri solo gentile. Genuinamente interessato. E questo mi disarmava, perché non ero abituata. Mi ero abituata a dover stare in guardia, a interpretare ogni parola, a cercare il secondo fine. Con te non c'era niente da interpretare. Eri trasparente, onesto, presente.
Fu a ottobre che mi chiedesti di uscire. "Senti," dicesti un venerdì mattina, "domani sera c'è una mostra di street art in centro. Non so se ti piace, ma se ti va di venire..." Lasciasti la frase in sospeso, dandomi la possibilità di rifiutare senza imbarazzo.
La mia prima reazione fu di panico. Un appuntamento. Non ero pronta. Non potevo. Dovevo dire di no. Ma poi ti guardai – quegli occhi scuri che mi guardavano con speranza ma senza pressione, quel sorriso timido – e sentii qualcosa muoversi dentro di me. Una vocina piccola che diceva: "Prova. Cosa puoi perdere?"
"Ok," dissi, sorprendendo me stessa. "Mi piacerebbe."
Il tuo viso si illuminò. "Davvero? Fantastico! Ti passo a prendere alle sette?"
Quella sera, preparandomi per l'uscita, mi guardai allo specchio. Per la prima volta in mesi mi misi il rossetto, mi pettinai con cura, scelsi un vestito carino. E per la prima volta in mesi, la ragazza nello specchio mi sorrise.
Questo è solo l'inizio del racconto. Ogni storia Storyamo prosegue con i dettagli che ci affidi: i nomi giusti, i luoghi veri, le piccole cose che rendono una storia inconfondibilmente vostra.