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Laurea

La tua forza

Da Sofia, Martina e Giulia, per Elena

Il giorno della partenza

Settembre 2018. La stazione era affollata di ragazzi con valigie troppo grandi e genitori con gli occhi lucidi. Tu eri lì, con il tuo trolley blu che tua madre aveva riempito fino all'inverosimile – "non si sa mai cosa ti serve" – e quello sguardo che cercava di essere coraggioso ma tradiva la paura. Diciannove anni, la maturità fresca di pochi mesi, e davanti un viaggio di quattro ore verso una città che conoscevi solo per averla visitata durante l'open day.

Bologna. La scelta era arrivata dopo mesi di indecisione. Scienze della Comunicazione ti chiamava, ma significava lasciare la Sicilia, lasciare Catania, lasciare la famiglia, gli amici, tutto ciò che conoscevi. "Puoi iscriverti qui," aveva detto tua madre, sperando. Ma tu sapevi che dovevi andare. Non per scappare, ma per trovare te stessa lontano da tutto ciò che ti definiva come "la figlia di", "la ragazza che", "quella del quartiere".

Il treno partì, e tu guardasti tua madre farsi sempre più piccola sul binario, agitando la mano fino a quando non fu più che un punto. Solo allora ti permettesti di piangere, con la faccia contro il finestrino, mentre la Sicilia scorreva via e tu ti chiedevi se avessi fatto la scelta giusta.

Arrivasti a Bologna nel tardo pomeriggio, con quel cielo settembrino che già annunciava l'autunno del Nord. La stanza che avevi affittato era minuscola: otto metri quadri nel quartiere Bolognina, in un appartamento condiviso con altri tre studenti che non avevi mai visto. Il letto era stretto, l'armadio piccolo, la scrivania traballante. Ti sedesti sul materasso e guardasti quella stanza spoglia, e per un momento pensasti: "Cosa sto facendo qui?"

I primi passi

Le prime settimane furono le più difficili. L'università era enorme, caotica, piena di gente che sembrava sapere già tutto mentre tu ti perdevi tra un'aula e l'altra con la mappa stampata in mano. Le lezioni erano diverse da quelle del liceo: professori che parlavano veloce, che davano per scontati concetti che tu non avevi mai sentito, che non si fermavano ad aspettarti. Prendevi appunti freneticamente, cercando di star dietro, tornando a casa con la testa che ti scoppiava e i quaderni pieni di frasi incomplete.

La solitudine arrivava la sera, quando i tuoi coinquilini uscivano e tu restavi in camera, perché non conoscevi nessuno, perché non sapevi dove andare, perché ti mancava casa così tanto che faceva male fisicamente. Chiamavi tua madre ogni sera, e lei sentiva nella tua voce quella crepa che cercavi di nascondere. "Puoi sempre tornare," diceva piano. "Non è una sconfitta." Ma tu non volevi tornare. Non ancora. Non così.

Fu in quei primi mesi che incontrasti noi. Sofia, la tua compagna di banco casuale nella prima lezione di Sociologia dei Media, che si voltò verso di te e disse: "Non ci ho capito niente, tu sì?" E tu ridesti, sollevata, e rispondesti: "Assolutamente niente." Martina, che ti ritrovasti accanto durante un seminario e che dopo due ore di presentazioni noiose sussurrò: "Se non beviamo un caffè subito muoio." Giulia, che abitava nel tuo stesso palazzo e una sera ti incrociò sulle scale mentre tu piangevi al telefono con tua madre, e invece di far finta di niente si sedette accanto a te e aspettò che finissi, poi disse: "Anch'io i primi mesi piangevo ogni sera."

Le amicizie all'università non nascono come quelle del liceo, dove hai anni per costruirle lentamente. Nascono per necessità, per sopravvivenza, perché tutti siete nella stessa barca che fa acqua e dovete remare insieme. Ma poi, piano piano, diventano reali. Diventano pranzi alla mensa dove condividete il cibo e le ansie pre-esame. Diventano pomeriggi in biblioteca dove studiate insieme, anche se ognuna ha i suoi esami, perché stare insieme rende tutto più sopportabile. Diventano serate a casa vostra, quella che chiamavate "il covo", dove vi ritrovavate a mangiare pasta al pomodoro cucinata male e a parlare fino alle tre del mattino.

Ti ricordi la prima sessione d'esami? Gennaio 2019, un freddo che a Catania non avevi mai sentito, e quella paura viscerale che ti attanagliava lo stomaco. Sociologia della Comunicazione, il primo vero esame universitario. Studiasti per settimane, riempiendo quaderni di schemi e riassunti, ripetendo ad alta voce mentre camminavi avanti e indietro nella tua stanza. Il giorno dell'esame avevi le mani che tremavano, la voce che si incrinava mentre rispondevi. Quando il professore disse "ventiquattro", non sapevi se essere sollevata o delusa. Non era il voto che speravi, ma ce l'avevi fatta. Avevi superato il primo scoglio.

Noi eravamo fuori ad aspettarti. Ti abbracciammo, festeggiammo quel ventiquattro come se fosse un trenta e lode, perché in fondo lo era. Era la conferma che potevi farcela, che non eri stupida, che meritavi di essere lì.

Questo è solo l'inizio del racconto. Ogni storia Storyamo prosegue con i dettagli che ci affidi: i nomi giusti, i luoghi veri, le piccole cose che rendono una storia inconfondibilmente vostra.

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