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Anniversario

Quindici anni di noi

Da Chiara, per Luca

Prima che fossimo noi

C'è una foto, da qualche parte in una scatola a casa di tua madre, che mi piace immaginare. Siamo io e te, avremo avuto sei o sette anni, in piedi davanti al mare al Pane e Pomodoro, tutti e due con i costumi da bagno e le braccia intorno alle spalle. Io ho i capelli neri raccolti in due codini, tu hai quella faccia tonda e seria che avevi sempre da bambino. Non ci teniamo per mano, non ci guardiamo con occhi da innamorati – come potremmo, eravamo solo bambini. Eppure quella foto, ogni volta che la vedo, mi fa pensare che in qualche modo, già allora, eravamo destinati.

Crescere a Bari negli anni Novanta significava pomeriggi infiniti per strada, cortili pieni di voci, estate che iniziava a maggio e finiva a ottobre. I nostri genitori erano amici da sempre, le nostre famiglie vivevano a pochi isolati di distanza nel quartiere Murat, e le domeniche si finiva sempre insieme: pranzo interminabile, caffè che arrivava alle quattro, noi bambini che scappavamo appena potevamo per andare a giocare.

Ricordo che tu eri sempre il più coraggioso. Quando salivamo sugli scogli alla Muraglia, io mi fermavo a metà, con il cuore che batteva troppo forte, e tu tornavi indietro a prendermi per mano. "Non ti preoccupare, Chì," mi dicevi, usando quel nomignolo che solo tu hai sempre usato. "Ti tengo io." E io ti credevo. Ti ho sempre creduto.

Le estati erano fatte di granite al limone che si scioglievano troppo in fretta, di pomeriggi in spiaggia dove tu costruivi castelli di sabbia che io decoravo con conchiglie, di corse in bicicletta lungo il lungomare mentre il sole tramontava tingendo tutto di rosa e arancione. Le sere d'estate, quando faceva troppo caldo per stare in casa, le famiglie scendevano in strada. I genitori mettevano le sedie fuori dai portoni, e noi bambini giocavamo a nascondino tra le auto parcheggiate, con le lucciole che brillavano nel buio e il profumo del gelsomino che saliva dai balconi.

Alle elementari eravamo in classi diverse, ma ci vedevamo ogni giorno comunque. Ricordo che tu giocavi a calcio con gli altri maschi, e io facevo finta di non guardarti mentre saltavo la corda con le mie amiche. Ma ti guardavo eccome. Mi piaceva come correvi, come ridevi quando facevi gol, come ti arrabbiavi quando perdevi. Anche a otto anni avevi quel carattere forte, quella determinazione ostinata che ti ha sempre caratterizzato.

Alle medie finimmo nella stessa classe, e per me fu come vincere alla lotteria. Il primo giorno di scuola entrai in aula e ti vidi già seduto al banco in fondo, vicino alla finestra. Mi guardasti e sorridesti, e io sentii qualcosa di strano nello stomaco, qualcosa che non sapevo ancora dare un nome ma che mi fece arrossire. Mi sedetti due file avanti, ma durante l'intervallo venivi sempre a parlare con me, mi raccontavi delle vacanze, mi facevi ridere con le tue imitazioni dei professori.

Fu in seconda media che tutto cambiò. O forse non cambiò nulla, forse diventò solo più chiaro quello che era sempre stato lì. Era dicembre, il periodo più bello dell'anno a Bari, quando il centro si riempie di luci e la città intera profuma di cartellate e panzerotti fritti. C'era la festa di Natale della scuola, una di quelle cose imbarazzanti dove i professori cercavano di farci ballare e noi facevamo finta di essere troppo fighi per parteciparvi davvero.

Eri uscito fuori, nel cortile della scuola, e io ti avevo seguito. Faceva freddo, un freddo umido che a Bari ti entra nelle ossa. Tu guardavi le stelle, con le mani nelle tasche della felpa. "Che ci fai qui?" ti chiesi. "Penso," rispondesti. "A cosa?" "A quanto tutto stia cambiando. Noi stiamo cambiando." Mi avvicinai, e per un momento restammo lì in silenzio. Poi mi guardasti, davvero, in un modo in cui non mi avevi mai guardata prima. "Chiara," dicesti, e la mia pancia fece una capriola. "Secondo te è strano se due amici come noi... diventano qualcosa di più?"

Avevo tredici anni, non sapevo niente della vita, dell'amore, di come funzionassero le cose. Ma sapevo una cosa con certezza assoluta: non volevo essere solo tua amica. Non più. Forse non l'avevo mai voluto davvero.

"No," risposi. "Non è strano. È.. è quello che voglio anch'io."

Questo è solo l'inizio del racconto. Ogni storia Storyamo prosegue con i dettagli che ci affidi: i nomi giusti, i luoghi veri, le piccole cose che rendono una storia inconfondibilmente vostra.

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